Pietro Bianchi

Giornalista e scrittore

Busseto 1909, Milano 1976

E’ stato uno dei maggiori critici cinematografici italiani, una grandissima firma del giornalismo. Ma ecco come lo stesso Bianchi raccontò i suoi primi anni di vita, la sua fondamentale “educazione parmigiana”: 

“Sono nato in campagna, vicino a Busseto e al Po. Vi posso dire quindi della Parma che ho conosciuto quando i miei sono venuti a stare in città. Avevo una decina d’anni. Mi ricordo i cinematografi di allora, le feste di carnevale, le sartine, i ciottoli per le strade. Parma nel costume era ancora la piccola capitale d’una volta, almeno in parte, di cui parla Stendhal nella Chartreuse”.  

Pietro Bianchi i parmigiani degli anni Trenta lo conobbero come giovane professore di filosofia. Presto però dovevano abbandonare questa sua immagine così precisa e “comoda”. Bianchi cominciava a scrivere sul giornale, e non di filosofia: di cinema, di romanzi e poesie francesi. Certe sue critiche sull’ultimo film di Charlot o sui libri di Proust apparivano in prima pagina. Il cinema diventava la ragion di pensare di Bianchi. Nasceva così uno dei primi critici cinematografici d’Italia.

Il dopoguerra apre gli orizzonti, il cinema diventa la forma più popolare di spettacolo. Il professore di Parma si trasferisce a Milano. Dirige L’Illustrazione Italiana e Settimo Giorno, diventa critico cinematografico del Giorno.

Tra i suoi libri, numerosi, possiamo ricordare L’Occhio del cinema, Storia del cinema, (insieme con Franco Berutti), Le signorine di Avignone, La Bertini e le dive del cinema muto, Taccuino (1962-1964) e tantissimi altri.

Nonostante Milano fosse diventata la sua patria adottiva, manteneva con Parma un legame strettissimo. Ecco come raccontava gli anni della sua formazione culturale:

“Il senso di una città “diversa” era dato, credo, dai residui di architettura francese, il giardino pubblico con le statue del Boudard, il casino del Petitot in fondo allo stradone, l’eleganza delle donne e soprattutto gli ufficiali di cavalleria, prima del “Montello” e poi del “Novara”, con il giubbotto nero con gli alamari, il virginia, il monocolo, fermi davanti all’entrata del caffè Marchesi, all’angolo di piazza Garibaldi nella buona stagione. Il caffè Marchesi era lo stesso (poi l’hanno scioccamente distrutto) che con i suoi specchi offrì lo spunto a uno dei più bei racconti di Valéry Larbaud. Si incontrava all’ora del passeggio in via Cavour (che la gente del popolo chiamava ancora Santa Lucia) Ugo Betti, elegantissimo, con monocolo, che faceva il pretore, accompagnato dal pittore Anton Atanasio Soldati, non ancora votato all’astrattismo, che era chiamato “al pitor di copp” perché dipingeva quadri di tetti, e Gino Saviotti, critico letterario sensibile, che poi diventò nostro insegnante al liceo. Un pochino più tardi mi intruppai anch’io con i pittori, ricordo Vernizzi con una cravatta svolazzante, poi con gli aspiranti scrittori. Studente di giurisprudenza, di qualche anno più anziano, giunse da Luzzara Cesare Zavattini. Era istitutore al Maria Luigia dove conobbe due convittori che si chiamavano Attilio Bertolucci e Nino Guareschi. Bertolucci era il mio migliore amico dalla quarta ginnasio, Guareschi era addirittura mio cugino, ci conoscevamo fin dall’infanzia comune a Fontanelle. Attraverso Bertolucci, Zavattini mi arruolò per la Gazzetta di Parma, gratis naturalmente. Sono entrato in una tipografia di giornale a 18 anni e non ne sono più uscito”.

 da I Grandi di Parma

 il Resto del Carlino-Banca Monte Parma