Beccaria allievo del Collegio dei Nobili

Autore del celebre libro Dei delitti e delle pene studiò presso i Gesuiti con Pietro Verri 

dal 1746 al 1754  

T

ra i personaggi famosi che furono alunni del Collegio dei Nobili, va senza dubbio ricordato Cesare Beccaria, l’autore d’un libro che poi farà il giro d’Europa: Dei delitti e delle pene. Primogenito di una nobile famiglia patrizia, Cesare Beccarla Bonesana, questo il suo nome completo, nacque il 15 marzo del 1738 a Milano.

Cesare Beccarla rimase tra le mura del Collegio dal 1746 al 1754, uscendo quando aveva diciassette anni. A vent’anni si laureò in Giurisprudenza a Pavia. Ostacolato dalla famiglia, s’innamorò di Teresa Blasco e riuscì a sposarla, dando alla luce una figlia, Giulia, che poi sarebbe diventata la madre di Alessandro Manzoni.

Cominciò a frequentare un circolo di illuministi milanesi con cui discutere di letteratura, filosofia, arte e politica. Tra questi spiccano i nomi dei due Verri, Pietro, già compagno di Beccaria al Collegio dei Nobili e autore, tra le altre opere, di “Osservazioni sulla tortura”, ed Alessandro, che scriveva per l’Accademia della Crusca ed era “protettore dei carcerati”, una carica che comportava un contatto diretto con i detenuti.

La scoperta della filosofia attraverso la lettura de Le lettere Persiane di Montesquieu e le opere di Helvetius, Bacone, Rousseau, Hume diedero a Beccaria un’ulteriore nuova linfa ed una accresciuta maturità.

Ma tutta questa energia, questo voler fare e smaniare di comprendere, questo buttarsi a capofitto in mille imprese che divorò Beccaria appena uscì dalle strette mura del Collegio dei Nobili, sembrano far supporre che il periodo parmigiano, per lui, ne abbia come limitate le grandi capacità. O i Gesuiti non avevano capito il talento, e di conseguenza il genio, o Beccaria era uno studente un po’ “eccentrico” che non si lasciava imprigionare  nel rigido schema educativo imposto in collegio.

Scrive il Capasso a questo proposito che  .... il Beccaria in collegio “si distinse per la sua immaginazione fervida”, che manifestò subito “indole varia e mutabile: ora eccitato e eccitabilissimo per qualche nuova idea, ora stanco, abbandonato, quasi pigro ed inerte”; e che, "sentendosi fatto per altro, passava talvolta lunghi giorni ozioso, stanco, senza leggere, senza pensare, annoiato di tutto"; che "la sua immaginazione aveva d’uopo di eccitamento per essere posta in azione, senza di che pareva si lasciasse vincere dall’inerzia"; che "la lettura delle lettere persiane lo piegarono alla filosofia"; che "impressione grandissima ebbe a risentire la sua anima fervida e perspicace dalle nuove dottrine e specialmente dalla lettura dei filosofi francesi"....(da CAPASSO, Il Collegio dei Nobili di Parma, pagg. 132,133)

Quando uscì, tuttavia, “volle consacrare nuovamente due anni allo studio della retorica, la cui conoscenza sicura riteneva indispensabile a chi desideri esprimere le sue idee con chiarezza ed efficacia vera” e scrisse al Morellet che l’educazione avuta in collegio era stata “fanatica” e tale che per molti anni aveva impedito ai nobili sentimenti dell’ umanità di svilupparsi nella sua anima.

Si tratta, senza dubbio, d’una esagerazione, in quanto benché il sistema educativo dei gesuiti  non fosse particolarmente adatto a persone polivalenti come il nostro, non era certamente da condannare in modo così totale. E malgrado qualche reprimenda o cattiva impressione, avuta probabilmente grazie al suo animo adolescenziale e non ancora maturo, Beccaria aveva ricevuto alcuni “semi” da far fruttare, piantare o dimenticare. Scelse di far sua la lezione. Di sublimare  gli studi già fatti, di non dimenticare. Elaborò e scrisse Dei delitti e delle pene, composto tra la fine del 1763 e l’inizio dell’anno successivo, con l’apporto e l’aiuto di Pietro Verri.

Il libro vide la luce a Livorno, anonimo, nel luglio del 1764 e il successo che lo accompagnò spinse l’autore a rendere noto il proprio nome e a fronteggiare un successo insperato.

J. DI NOTO MARRELLA

(da Gazzetta di Parma)