Tante notizie per un collegio

                                                          

Collegio dei Nobili

 Parete della sala d'armi. Disegno di Pietro Mazza 

 Parma, Biblioteca Palatina 

 

 

I

 Farnese non avevano solo collezionato quadri ma anche creato, per loro uso personale e per quello dei cortigiani, una biblioteca della quale i viaggiatori parlavano molto e che fu affidata, nel 1731, al gesuita Andreasi.

Per fortuna le biblioteche dei conventi rimasero a Parma (la biblioteca dei Farnese finì a Napoli con Don Carlos): quella dei benedettini di S. Giovanni evangelista e quella dei gesuiti, che dal 1564, data del loro arrivo a Parma, avevano completamente in mano l’istruzione.

Ranuccio I principe dell’ Accademia degli Innominati, formatosi attraverso i viaggi all’estero (in Francia e nei Paesi Bassi) capì la necessità di dare una più solida organizzazione all’Università di Parma. Per incrementarne gli iscritti fondò il Collegio dei Nobili, o di Santa Caterina, che divenne ben presto uno fra i collegi universitari più importanti della provincia.

Ebbe sede a Palazzo Bernieri e fu affidato da prima ai prelati della diocesi, poi nel 1604 ai gesuiti; era frequentato regolarmente da 300 ragazzi e giovani appartenenti alle più nobili famiglie italiane ed europee. Fu in questo collegio che  Benedetto Odescalchi, il futuro Innocenzo XI e Scipione Maffei compirono gli studi.  

Ci sono rimaste due preziose testimonianze sui metodi di istruzione praticati al Collegio dei Nobili verso la metà del XVIII secolo: quella di Pietro Verri che vi entrò nel 1747 e vi rimase per un ciclo di studi della durata di 3 anni e quella di Cesare Beccaria che vi trascorse 8 anni nello stesso periodo. Appena usciti dall’adolescenza i due futuri collaboratori de “Il Caffè” dovettero ricominciare daccapo gli studi e sviluppare il loro talento e la loro intelligenza con l’applicazione costante. La stessa cosa dovevano fare anche i migliori ingegni dei ducati anche se non erano stati allievi dei Gesuiti di Parma per aderire al nuovo clima culturale che si stava imponendo in Europa.

La scomparsa dei Farnese pose fine al periodo d’oro del collegio. La guerra di Successione e i cambiamenti di governo non interruppero il corso degli studi ma non contribuirono certo a innalzarne il livello. Dal di fuori, da oltralpe, cominciava a soffiare un vento nuovo; allo stesso modo a Parma si dovettero cercare iniziative e studi più fecondi al di fuori dell’ insegnamento tradizionale.

La scolastica e l’ insegnamento tradizionale apparivano ormai insufficienti; nel ducato nascevano le più diverse accademiche, società letterarie e scientifiche. Una tendenza sempre più marcata portava i migliori ingegni verso lo studio della filosofia francese e della scienza straniera.

(pag.43, 44, 45, 46, 47)

H. BEDARIDA, Parma e la Francia, SEGEA, 1986.  

Il disegno di P. Mazza è tratto da Enciclopedia di Parma, SEGEA, su licenza di FMR,1999.

 

 

Collegio Lalatta

Manifesto promozionale

Parma, Archivio di Stato.

 

 

 

 

L’istruzione dai Gesuiti in poi       

         

Per qualche tempo l’università di Parma, il collegio dei Nobili e le altre istituzioni educative continuavano a vivere, sotto il Regno di Don Filippo, la placida vita che era retaggio della brillante epoca farnesiana.

Ma i segni di rinnovamento che si palesavano già poco prima della metà del secolo, presto si moltiplicarono.

La ricerca scientifica ebbe nuovi sviluppi, vennero create nuove istituzioni educative che controbilanciarono fortemente l’influenza dei Gesuiti.

Nel 1751 il Cardinale Alberoni fondò a S. Lazzaro alle porte di Piacenza il Collegio cui venne imposto il suo nome. I gesuiti insegnavano nel seminario vicino, ma il cardinale non approvava il loro sistema pedagogico e affidò ai lazzaristi l’istituzione che aveva appena creato.... Anche a Parma il monopolio di fatto di cui godeva il Collegio dei Nobili venne a mancare a causa della fondazione, nel novembre del 1755, del Collegio Lalatta, sorto grazie ad un lascito del Canonico Antonio Lalatta istituito più di 100 anni prima. Gli allievi affluirono e il rettore del Collegio dei Nobili comprese a quel punto il pericolo della concorrenza e chiese quasi subito la fusione delle due istituzioni. Per quanto riguarda il Ministro di Don Filippo, questi si curava di diminuire più che aumentare l’autorità della Compagnia di Gesù a Parma.

Prova ne siano i tentativi che fece per dare vita effettiva alla Paggeria: questa fu sempre in difficoltà con il Collegio dei Nobili e Dutillot vi introdusse dei Maestri le cui idee si ispiravano alla filosofia del tempo, i padri Francesco Venini, G.M. Pagnini, Francesco Soave...

Dutillot definì lo spirito che lo animava in materia di istruzione in una lettera al Vescovo di Parma nel marzo del 1765 : 

“ L’ educazione dei figli della repubblica, a qualunque professione essi siano destinati, è competenza della vigilanza e dell’ ispezione del governo. L’ istituzione di ogni collegio, di ogni seminario deve avere il sigillo dell’ approvazione e dell’ autorizzazione del sovrano: è necessario che egli conosca le condizioni di ciò che deve permettere e proteggere…..”

Tali principi male si accordavano con quelli dei docenti ai quali era affidata a Parma gran parte dell’ insegnamento e con le vecchie costituzioni farnesiane dell’ Università e del Collegio dei Nobili.

Si comprende allora come il Ministro avesse studiato al più presto un rifacimento degli Statuti e meditato in seguito di sostituire il personale insegnante (pag. 366, 367).  

L’occasione scelta da Dutillot e Paciaudi (per la riforma) coincise con l’espulsione dei gesuiti, misura che pose Parma di fronte ai problemi che si erano già posti in Francia poco prima …….

Nei mesi che precedettero la partenza dei gesuiti da Parma, ( Paciaudi ) aveva avuto il tempo di preparare, d’accordo con il ministro, la loro sostituzione nei collegi ………….

Un bel mattino ( 9-febbraio 1768 ) gli allievi del Collegio dei Nobili si svegliarono sotto l’autorità dei padri delle scuole Pie, venuti dalla Toscana.

   

Effemeridi storiche di Parma ordinate da Luigi Poncini  

18 aprile 1309

      

A scuola nel medioevo

D

a una memoria di questo giorno ricaviamo che nel presente anno era qui maestro delle scuole un prete di nome Giselberto. Le scuole furono fondate in Italia nell’ 820 da Lotario imperatore e re. Nove furono le città in cui le fece aprire: Pavia, Ivrea, Torino, Cremona, Firenze, Fermo, Verona, Cividale del Friuli. Tali scuole però erano soltanto per i ricchi, che potevano recarsi ad alcuna di esse e mantenervisi per apprendervi le lettere e le arti. E’ perciò che i Parmigiani che erano forniti di merci, si recavano a tale scopo a Cremona; per cui essa, come ad altre città, fu maestra eziandio a Parma. Il Pontefice Eugenio II ordinò nell’826 che negli Episcopii e nelle altre case parrocchiali di villa vi fossero scuole di lettere e, secondo il bisogno di Arti liberali e di spiegazione di Sacra Scrittura.

Lantperto, nostro XVI vescovo dall’819 all’836, aderendo all’invito del sommo Pontefice fu il primo che diede vita alle nostre scuole. Passato il 1000, l’altro nostro vescovo Sigifredo II (XXIII vescovo di Parma, dal 980 al 1006) istituì la nuova dignità di Maestro delle scuole, sostenuta tra il 1002 e il1005 da un sacerdote pur egli Sigifredo.

Ben presto vennero in fama le nostre scuole e a comprovarlo basta bene l’elogio che ha lasciato S. Pier Damiani che studiò in Parma verso il 1030 nel quale vanta questa nostra città per una delle prime in cui si insegnassero le sette Arti liberali (Grammatica, Retorica, Dialettica, Aritmetica, Musica, Geometria, Astronomia), per cui nelle nostre scuole concorrevano da altre parti d’Italia uomini di nobile ingegno; il perché esse si mantenessero in fiore per tutto il secolo XI e XII.

E qui non sarà fuor di posto il dire che nel 1224 avevamo celebri professori, cioè Maestro Martino da Colorno, Uberto da Bobbio, e Bernardo Bottoni; né che il Petrarca, a cui piacque l’abitare fra noi, era legato d’intima amicizia ad Azzo da Correggio dottissimo nelle Arti liberali, a Gabrio Zamoreo poeta, per quei tempi, distintissimo e a quel Moggio de’Moggi, di cui sto in forse se io abbia a lodar più o l’esser egli stato professore di grammatica o la rara fede da lui serbata alla famiglia da Correggio scaduta dalla primiera grandezza.

 

Ed. PPS, 1994, pag. 75.

 

Immagine tratta da: COMUNE DI PARMA, Parma e il suo Comune

Grafiche STEP, 1986, pag. 74.