I COLLEGI ITALIANI: Il Convitto nazionale Maria Luigia

IL GIORNO, 20 febbraio 1966

di P. M. PAOLETTI

Ora non scappano più i marinaretti d’oro di Parma

 

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uando il giovane patrizio genovese, con barca importante attraccata al molo “Duca degli Abruzzi” e il suo compagno di liceo, un nome ancora più illustre della repubblica veneta, vanno a lezione di scherma dopo avere tradotto il loro Cicerone, passano sempre sotto un doppio allineamento di grandi ovali anneriti lungo gli interminabili corridoi che si incrociano e moltiplicano ad angolo retto. Giovanetti in parrucca, dallo sguardo fiero e dal sorriso altezzoso che reggono con mani delicate fioretti, penne d’oca, pergamene e lembi di mantelli di seta gonfiati dal vento. Sono gli allievi dell’antico Collegio dei Nobili, fondato da Ranuccio I Farnese nel 1601 e che Maria Luigia, nel 1831, fuse con il ducale Collegio Lalatta che gli faceva concorrenza nella piccola capitale, creando così un’unica istituzione dove non solo la nobile gioventù di tutta Europa veniva educata nelle scienze, nelle arti belle e negli esercizi cavallereschi, ma altresì i giovanetti “appartenenti alla classe dei cittadini di onesta e civile condizione”. Fra i convittori più illustri, quasi tutti eletti principi dell’Accademia degli Scelti, che era una specie di albo d’onore, un intero Gotha di ritratti, figurano i nomi di Cesare Beccaria, di Carlo e Pietro Verri, di Scipione Maffei...e perfino di Benedetto Odescalchi da Como, divenuto Papa Innocenzo XI. Tempi remoti, che si affacciano agli androni in penombra dai quadri incorniciati d’oro; fra cui però dovrebbero figurare, secondo un regolamento del 1925, anche i ritratti ad olio dei migliori convittori del ventesimo secolo. Ma non figurano, ché tanti tabelloni gremiti di minuscole fotografie, con al centro il Rettore, gli insegnanti e gli istitutori, sostituiscono nel teatro le antiche tele. Il Collegio divenne nazionale nel 1896 e gli anni favolosi, per chi ci manda i suoi figli e li ricorda, furono quelli dal 1926 al 1949, Rettore e sovrano assoluto il commendator Efisio Trincas. Un uomo piccolo, olivastro, calvo, dagli occhiali verdi, dalle ghette bianche e dall’alito odoroso di menta, che si annunciava a grandi distanze ai convittori

 

puniti faccia al muro e alle classi turbolente dallo scricchiolio sinistro delle scarpe di vernice. Massone e stranamente protetto al Ministero, era a suo modo un antifascista: la sua avversione al regime bisognava coglierla nell’aria, da certe decisioni e da certe sottigliezze nel quadro delle disposizioni ufficiali: il ritratto del duce (ancora borghese) più piccolo di quello del re, l’istituzione del corpo dei marinaretti, figurarsi a Parma!, per non obbligare convittori e semiconvittori a indossare la divisa da avanguardisti e la camicia nera al sabato. Quindi, a scagionarlo dopo la liberazione, dell’incarico tuttavia mantenuto, la testimonianza generale degli allievi sulle libere, pericolose lezioni che si tenevano in classe (c’erano stati, fra i giovani insegnanti, Bertolucci, Bianchi, De Stefano, Borlenghi, Don Cavalli) e la morte eroica di decine di convittori nelle file della Resistenza.